Peripezie di una wedding planner: quando l’abito non si chiuse

Chiunque pensi ad una wedding planner

 

non può che immaginarsi Mary Fiore di “Prima o poi mi sposo”.

 

Piacerebbe a tutte noi essere come Jennifer Lopez, davvero,

 

ma purtroppo non siamo dotate di un sensuale fondo B

 

e se indossassimo un auricolare col microfono

 

gli invitati ci chiederebbero di cantare ti giuro amore un amore eterno

 

perché ci scambierebbero per Ambra Angiolini di Non è la Rai.

 

 

L’alternativa sarebbe pensare ad Enzo Miccio, ma in questo caso vi pregherei di non millantare somiglianze.

 

La realtà è che una wedding planner non è necessariamente la protagonista di una commedia romantica

 

(tanto meno se alla fine soffia il marito alla cliente),

 

né una superstar.

 

 

L’amara verità è che il nostro è un mestiere a tutti gli effetti

 

e che la mia è una dura vita, fatta di imprevisti e disgrazie.

 

 

Una delle peripezie di una wedding planner fu la seguente.

 

 

 

 

Quando l’abito non si chiuse

 

 

 

Qual è il più grande timore di una sposa, e quindi di una wedding planner?

 

Che lo sposo non si presenti in chiesa?

 

Sbagliato (che ce frega a noi, l’omino sulla torta si toglie subito).

 

 

L’unico pensiero che ci toglie il sonno è la paura che l’abito si strappi o che la cerniera non salga.

 

Di solito non ci interessa un granché: ci basterebbe anche il bolerino di nonna per coprire,

 

ma quando si parla di abito da sposa le cose cambiano e anche gli uccellini fischiettano la musica di Psycho.

 

 

In un’occasione capitò proprio che nel momento della preparazione,

 

mentre la mamma e la sorella vestivano la sfortunata, la lampo del vestito decise di fermarsi a metà percorso.

 

Nonostante le insistenze e ripetuti tentativi, la cerniera si era impuntata.

 

 

 

 

 

A questo punto è forse superfluo descrivere

 

 

lo stato d’animo della sposa, reazioni che andavano

 

 

da frasi senza senso compiuto urlate a squarciagola

 

 

al pentimento per quel pacchetto di patatine

 

 

mangiato all’Autogrill cinque anni orsono,

 

dalla bava alla bocca all’autoflagellazione.

 

 

 

Se un esorcista l’avesse vista, avrebbe detto

 

 

che non si poteva fare niente per lei.

 

 

 

A nulla servivano le mosse di avvicinamento della madre,

 

 

né tantomeno la proposta del fratello di prendere del Valium che,

 

 

in tutto quel delirio, mi sembrava l’unico consiglio utile;

 

 

soprattutto se consideriamo il fastidioso ottimismo del fotografo

 

 

che assicurava come con photoshop non si sarebbe visto.

 

 

 

 

Quell’uomo, quel giorno, rischiò la morte.

 

 

È in questo delirio apocalittico suonò la fanfara del mio esercito della salvezza: spille da balia e nastro biadesivo.

 

 

Ed ecco che, in pochi minuti, e nonostante la paura di un morso da un momento all’altro,

 

 

mi feci coraggio e sistemai la situazione.

 

 

 

D’altronde è per questo che esisto (e per impedire agli sposi di sforare il budget, ovviamente).

 

 

 

Altro che discorsetti motivazionali imparati a memoria: vorrei proprio vedere se Jannifer Lopez ci sarebbe riuscita!

 

 

Letizia